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La fotografia che ci ha assuefatto al dolore e alla miseria, che ha omologato le coscienze insieme alla Tv, non ha diritto d'esser chiamata fotografia sociale. La spettacolarizzazione che passa attraverso le immagini dovrebbe lasciare il posto al rispetto del dolore degli altri. Perché forse, oggi più che mai ci vuole più coraggio ad abbassarla la macchina fotografica, davanti alla sofferenza. Serve una fotografia più discreta e più reale, capace di raccontare anche quello che a tutti i costi cercano di nasconderci, i sorrisi, la voglia di vivere e la forza di lottare che possiedono coloro che vivono ai margini della società. E non solo in termini geografici.
Serve una fotografia, quindi, capace di fare qualche passo indietro e che abbia il solo scopo di raccontare la vita, con consapevolezza e umiltà.
Fotografia sociale.
La fotografia è necessariamente sociale, anche se di strade per raccontare quello che succede intorno a noi ce ne sono diverse. Purtroppo oggi se ne sceglie quasi sempre una banale, violenta, piena di clichè, immagini che hanno contribuito ad assuefare le nostre coscienze. Sarebbe bello se la fotografia potesse risvegliare la nostra
indignazione e al tempo stesso restituire dignità a coloro che vivono ai margini di questa stessa società. Non è facile, ma ci si può riuscire. C’è bisogno di una fotografia che necessità di una sensibilità, di un’etica, di un impegno particolare. Una “fotografia” che vuole essere una sorta di ricerca antropologica dove il fotografo viene immerso nel contesto che lo circonda, dovendosi inserire in tale realtà senza creare ulteriori difficoltà. Una fotografia desiderosa di farsi carico delle lotte, della rabbia, delle ingiustizie che ci circondano; una fotografia capace di indignare parlando con amore, passione, speranza. E’ questa quella che io amo definire la mia fotografia, è questa che cerco di trasmettere durante i miei workshop. Fotografare con uno spirito impregnato di intensa umanità è a mio avviso il solo modo per comprendere le storie delle persone che si incontrano per le strade del mondo, catturarle e restituirle dignitosamente agli occhi di chi non piange più quando si imbatte in una immagine che dovrebbe emozionare.
“Non esistono maghi della fotografia, esiste la magia della fotografia. Quel suo rendere semplici attimi quotidiani, liriche infinite.”

Chi è Giulio Di Meo
Giulio Di Meo nato a Capua (Ce) nel 1976, fotografo “indipendente” di grande talento e sensibilità, particolarmente impegnato nel reportage sociale. Si definisce fotografo da “marciapiede”, perchè solo dalla strada, tra la gente, è possibile catturare quella “quotidianità” spesso invisibile che ci circonda. Il “reportage sociale” è per lui uno strumento di denuncia, un megafono per dar voce a chi troppe volte viene ignorato, ma anche una “dichiarazione d’amore” verso oppressi ed emarginati, i così detti ultimi. Di Meo dal 2004 lavora in stretto rapporto con l’Arci e collabora con numerose associazioni impegnate nel sociale: Libera, Amici Rom, Fiori di strada (Italia); E.C.O, Il sorriso dei miei bimbi, M.S.T. “Sem Terra”, Cimi, Roupasuja (Brasile); Alas de esperanza (Perù); Ass. Italia-Cuba, Si por Cuba (Cuba); Nshc, Sos Villaggio del Fanciullo (Serbia), UiKi Curdi (Kurdistan), Yanapakuna (Bolivia). Dal 2004 tiene seminari e workshop di fotografia sociale in Italia e all’estero.
www.giuliodimeo.it
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